L’incremento produttivo che ha caratterizzato l’acquacoltura nazionale nell’ultimo cinquantennio è stato sostenuto soprattutto dallo sviluppo delle produzioni in vasca, accompagnato da un continuo aggiornamento delle tecniche tradizionali di allevamento.
Con il termine “acquacoltura” si intende l’insieme delle tecniche volte alla produzione di organismi acquatici, attraverso l’intervento dell’uomo su una parte o sull’intero ciclo biologico degli stessi. Il processo di modernizzazione ha determinato, anche con il sostegno della ricerca scientifica, un incremento delle conoscenze (biologiche, zootecniche, patologiche e tecnologiche) al quale si è affiancata la crescente capacità gestionale e organizzativa degli allevatori, fino a portare la produzione italiana ai livelli più elevati.
L’acquacoltura italiana si è diversificata, rispecchiando le diversità geografi che del Paese, sia sul piano ecologico che su quello economico, sociale e culturale. Gli operatori nazionali considerano un’ ampia gamma di sistemi produttivi, sia per quanto concerne le specie sia per le tecnologie di allevamento. Il controllo completo sul ciclo biologico degli animali allevati è comunque una acquisizione relativamente recente e a tutt’oggi possibile solo per un limitato numero di specie. L’inizio del percorso di addomesticazione di specie ittiche a fini di acquacoltura risale infatti al 1800 con i primi tentativi di riproduzione in cattività della trota. Successivamente sono state individuate e sviluppate tecniche adeguate per la riproduzione e l’allevamento di un numero sempre maggiore di specie.
Oggi sono circa 200 gli organismi acquatici per i quali le conoscenze sono sufficienti a controllare, almeno in parte, il ciclo biologico e procedere all’allevamento con adeguate garanzie di successo. Nell’ambito delle produzioni alimentari mondiali, l’acquacoltura risulta essere l’attività produttiva a più rapida crescita, con una media annua superiore al 10%. Se inoltre consideriamo la doppia origine dei prodotti ittici, di pesca e di acquacoltura, dobbiamo evidenziare che l’attività peschereccia nell’ultimo decennio non ha prodotto signifi cativi incrementi produttivi (0,8%), soprattutto in ragione del fatto che l’attività di prelievo si ritiene abbia raggiunto, e talvolta superato, i limiti di sostenibilità e pertanto viene fortemente limitata da azioni di tutela mirate alla riduzione dello “sforzo di pesca”, soprattutto in Mediterraneo e comunque nelle aree di competenza dell’Unione Europea.
Pertanto l’acquacoltura dovrà continuare ad incrementare la propria produzione al fine di far fronte ad una crescente domanda di prodotti ittici che la pesca non è nelle condizioni di soddisfare; potrà anche essere occasione di riconversione lavorativa dei pescatori, con effetti positivi sulla riduzione dello “sforzo di pesca”. Sebbene le attività di pesca e di acquacoltura risultino nettamente differenziate, la prima basandosi sulla cattura o la raccolta di organismi selvatici, la seconda sull’allevamento o la coltivazione, entrambe fanno riferimento al medesimo comparto delle produzioni ittiche: i prodotti, pescati o allevati, finiscono sugli stessi mercati; molte specie allevate sono anche pescate; l’industria della trasformazione si rivolge ad entrambe le produzioni; in molti casi, soprattutto nelle lagune, le attività si intersecano fino a rendere difficile stabilire il confine tra l’una e l’altra.
Nella realtà non bisogna pensare alla pesca e all’acquacoltura come attività concorrenti o addirittura conflittuali, piuttosto è più corretto considerarle in una logica integrata. In Italia l’acquacoltura ha origini antiche: per molti anni infatti, nel contesto mediterraneo, almeno per l’allevamento di specie marine e salmastre, gli italiani sono stati considerati i detentori della tecnologia, sia considerando l’allevamento effettuato nelle “Valli” nord adriatiche e la gestione degli ambienti lagunari, sia considerando le tipologie di allevamento in vasche a terra. L’incremento produttivo che ha caratterizzato l’acquacoltura nazionale nell’ultimo cinquantennio è stato sostenuto soprattutto dallo sviluppo delle produzioni in vasca, accompagnato da un continuo aggiornamento delle tecniche tradizionali di allevamento. Il processo di modernizzazione ha determinato, anche con il sostegno della ricerca scientifica, un incremento delle conoscenze (biologiche, zootecniche, patologiche e tecnologiche) al quale si è affiancata la crescente capacità gestionale e organizzativa degli allevatori, fino a portare la produzione italiana ai livelli più elevati.
L’acquacoltura italiana si è diversificata, rispecchiando le diversità geografiche del Paese, sia sul piano ecologico che su quello economico, sociale e culturale. Gli operatori nazionali considerano un’ ampia gamma di sistemi produttivi, sia per quanto concerne le specie sia per le tecnologie di allevamento.
L’elevato livello di affidabilità delle metodiche di allevamento in Italia non è però limitato alle sole acque marine e salmastre, come appare evidente dalla posizione di eccellenza che il nostro paese riveste in ambito europeo con la troticoltura e l’anguillicoltura, sia in termini quantitativi che qualitativi. Inoltre, non va dimenticata la molluschicoltura, che con i mitili e le vongole veraci costituisce la produzione più elevata dell’intera acquacoltura nazionale.
A tutt’oggi l’Italia rappresenta il mercato di riferimento per la produzione mediterranea di specie marine e salmastre.
Fonte: ISPRA
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